Alessandro Lazzaro CFP®
Il termine “imposta di successione” suscita generalmente tra gli investitori italiani un misto di paura e orrore: in realtà gli italiani non sono certo gli unici a disprezzare quest’imposta, che negli ultimi decenni è diminuita drasticamente in quasi tutti i paesi OCSE1. Giusto per fare un esempio, negli Stati Uniti, patria del “farsi da soli”, l’imposta è attualmente al 40%, ma, attenzione, dopo un’esenzione di quasi 14 milioni di dollari2. Ben oltre quello che serve per entrare nel club dei “top 1%”3.
Parliamoci chiaro: la maggior parte degli italiani non pagherà mai nessuna imposta di successione tale da avere un impatto significato sul patrimonio. L’imposta è del 4%, e si applica dopo un’esenzione di 1 milione di euro per figlio (parliamo di successioni in linea diretta, cioè genitori-figli). Se consideriamo che per entrare nel “top 1%” italiano ci vogliono all’incirca 2,5 milioni di euro, e che spesso una famiglia ha due figli, è evidente che la maggior parte degli italiani possono dormire sonni tranquilli.
Quindi, tutto a posto? Purtroppo no. Esiste un’altra imposta di cui è difficile liberarsi: l’imposta sui capital gain (o plusvalenze). Se compro un titolo a 100 e lo rivendo a 200, pago l’imposta sulla differenza, attualmente al 26% (tralasciamo i titoli di Stato per semplicità), quindi 26 euro.
In Italia, l’imposta sui capital gain scatta solo al momento del realizzo, non alla maturazione; dunque, se mi tengo i miei titoli in plusvalenza e non li vendo, non pago niente.
E quindi, se me li porto nella tomba cosa succede? E qui arriva il bello (o meglio, il brutto).
In America, nel passaggio di titoli in successione si applica il cosiddetto “step-up in basis”, tradotto: se il padre compra a 100 e lascia in eredità a 200, il figlio “aggiorna” il proprio prezzo fiscale direttamente a 200. Insomma, è come se la plusvalenza di 100 si fosse volatilizzata. Che meraviglia.
In realtà anche in Italia esiste questo meccanismo, ma si applica solo, ahinoi, per i redditi diversi, cioè, per farla breve, sulle plusvalenze di azioni e obbligazioni.
Invece, i redditi di capitale (l’altra categoria di redditi finanziari), sono sempre soggetti a imposta: nel caso di successione, si considera come se il defunto abbia venduto i titoli all’erede, e che questi, necessariamente, debba sostenere l’imposta sui capital gain realizzati.
Qual è il problema: che i proventi derivanti da quasi tutti i veicoli di investimento, inclusi gli ETF, sono sempre trattati come redditi di capitale. Ergo, l’imposta sulle plusvalenze si paga, non c’è modo di sbarazzarsene.
Chiariamo subito una cosa: utilizzare semplicemente azioni e obbligazioni, cioè i titoli singoli (la cui plusvalenza è reddito diverso), non è così allettante come può sembrare, per almeno tre motivi.
Primo, i titoli singoli non consentono di capitalizzare dividendi e interessi prima di aver pagato l’imposta su tali redditi; questa è invece una delle caratteristiche più interessanti dei fondi di investimento (a capitalizzazione).
Secondo, soprattutto nel caso delle azioni, si rischia di avere dei grossi problemi nel recupero dell’imposta alla fonte, che può letteralmente tranciare il dividendo; nel caso dei fondi, se ne occupa direttamente il gestore.
Terzo, vista la tendenza delle azioni ad avere ritorni asimmetrici, cioè dove poche azioni corrono e tante fanno fatica4, nel caso dei titoli singoli ci si può trovare a dover ribilanciare, e quindi per forza sostenere l’imposta sui capital gain addirittura anticipatamente; un fondo di investimento ribilancia, al suo interno, senza realizzare nessuna imposta per l’investitore.
Una volta chiarito che “non si scappa”, vediamo un esempio pratico su quanto tale imposta può impattare sul patrimonio, anche in confronto all’imposta di successione.
Mario, 55 anni, professionista, ha messo da parte un capitale di 500.000 euro che vuole passare ai figli. Avendo un orizzonte di lungo termine, si consiglia a Mario un portafoglio bilanciato con rendimento atteso nominale medio del 6%5 l’anno da capitalizzare completamente. L’aspettativa di vita per un maschio italiano di 55 anni è oggi di circa 30 anni6. 500.000 euro capitalizzati al 6% per 30 anni fa quasi 2.900.000 euro.
Ammettiamo che Mario abbia due figli, e che le regole siano quelle attuali: due milioni di euro sono quindi esenti, mentre in tutto i figli di Mario pagheranno 900.000 * 4%, quindi 36.000 euro di imposta di successione.
Come immagino sia ormai chiaro, il grosso dell’imposta è invece sul capital gain: si applica il 26% (per semplicità escludiamo ancora i titoli di Stato) sulla differenza acquisto e vendita (fittizia in questo caso), quindi 2.400.000 * 26% = 624.000 euro.
Insomma, 36.000 euro di imposta di successione contro 624.000 euro di imposta sul capital gain: una bella differenza!
Arrivati a questo punto credo di aver spostato l’attenzione sull’imposta che, a oggi, è indubbiamente più significativa per l’investitore di lungo termine. Al che immagino anche di aver suscitato la legittima domanda: come se ne esce da questo problema?
Attualmente la risposta è molto semplice, se ne esce così come un ostacolista supera gli ostacoli: non può aggirarli, può solo saltare più in alto. Nel caso appena affrontato, Mario lascia un patrimonio netto imposta sul capital gain di circa 1.800.000 euro, partendo da un capitale di 500.000 euro.
Ammettiamo ora che Mario utilizzi strumenti poco efficienti, o utilizzi una allocazione non adeguata alla sua tolleranza al rischio, quindi realizzi vendite d’impulso; o ancora non pianifichi correttamente per cui è soggetto a continui prelievi e conferimenti; insomma, calcoliamo che l’impatto sul rendimento, a parità di allocazione di cui sopra, sia del 2% l’anno, per cui Mario capitalizza non al 6% bensì al 4% composto.
Dopo 30 anni, Mario mette via quasi 1.600.000 euro, paga un’imposta sui capital gain intorno a 300.000 euro, e lascia quindi un capitale di circa 1.300.000 euro. Insomma, al di là delle tasse, la poca attenzione di Mario a pianificare un investimento correttamente gli è costato quasi mezzo milione!
Per concludere, il nostro Paese è un campo minato quando si parla di imposte, e si sa. Va detto, tuttavia, che la riforma in atto sui redditi finanziari vorrebbe, almeno nelle intenzioni (e se mai vedrà la luce), risolvere l’annosa questione del diverso trattamento dei redditi di capitale e redditi diversi7.
In ogni caso, una corretta pianificazione aiuta a spostare l’attenzione su ciò che conta veramente: efficienza degli strumenti, adeguatezza dell’allocazione, consapevolezza di quanto realisticamente è possibile ottenere.
Gli strumenti ci sono, basta fare chiarezza sui propri obiettivi, e, da soli o con l’aiuto di un professionista, stilare un piano finanziario credibile, evitando di fissarsi su ciò che non conta e di farsi trovare impreparati di fronte alle brutte sorprese.
1. OCSE, “Inheritance Taxation in OECD Countries”, 2021
2. IRS: https://www.irs.gov/businesses/small-businesses-self-employed/estate-tax
3. Business Insider, “How much wealth you need to be in the top 1% in countries around the world”, 2024
4. Hendrik Bessembinder, “Wealth Creation in the U.S. Public Stock Markets 1926 to 2019”, 2020
5. Valore utilizzato meramente per le finalità educative e informative di questo articolo
6. Istat, tavole di mortalità

